Impietosa, ma realistica analisi della piccola impresa Italiana di Unicredit


Nell VIII rapporto sulla Piccola Impresa Italiana di Unicredit che copre il periodo 2011-2012 c’è il massimo realismo possibile sperando che si traduca in spinta a rivoluzionare il modo di operare dei “gestori” della politica e dell’economia italiana ormai verso il declino.

Cito testualmente: “…Le imprese italiane devono dunque fare i conti con una situazione di mercato non facile, aggravata dall’attuale crisi del debito sovrano. Oltretutto, i dati macroeconomici relativi a prodotto interno lordo e produttività evidenziano come l’economia italiana si trovi già da lungo tempo in una fase di quasi stagnazione, iniziata a partire dalla fine degli anni novanta. Da 10 anni oramai la produttività totale dei fattori italiana è rimasta stabile (a differenza di tutti i paesi OCSE) causando la stagnazione dei salari, la perdita di competitività e soprattutto la disaffezione delle imprese estere a investire nel nostro Paese. Solo sfiorata dalla image

crisi finanziaria globale del 2007-2008, l’Italia è stata poi colpita in pieno dalla conseguente recessione mondiale del 2008-2009, che ne ha spinto indietro di dieci anni il livello della produzione e ridotto notevolmente le possibilità di crescita legate alla domanda interna. Le imprese sono e saranno sempre più costrette ad affacciarsi sui mercati internazionali, ma il quadro non è confortevole, e i rischi di progressivo declino nel contesto internazionale sono concreti, in mancanza di una rinnovata capacità a conformarsi ai cambiamenti del contesto esterno.image Il nostro sistema produttivo è infatti dominato da realtà piccole e familiari. Se nel passato queste caratteristiche hanno permesso di adattarsi con successo alle condizioni di mercato prevalenti, ora si incontrano crescenti difficoltà a reggere la competizione in un contesto globalizzato in cui grande dimensione, complessità e innovazione sono caratteristiche essenziali per sfruttare i guadagni di efficienza offerti dalle nuove tecnologie e affermarsi sui mercati esteri – in particolare, su quelli lontani ad alto tasso di crescita.”

Perdita di competitività, di produttività, di innovazione… punti che il Politecnico di Milano collega alla mancanza di cultura digitale in questo commento alla ricerca in questione.

La cultura digitale e la cultura imprenditoriale in particolare non aiutano le imprese italiane ad essere competitivo sul mercato internazionale, ma un fenomeno che la ricerca evidenzia come distintivo e positivo sono la crescita costante delle reti di impresa.

Diversi analisti suggeriscono da tempo la nascita della nuova tendenza della WE ECOMONY, l’economia della partecipazione, della partnership per essere più efficaci e condividere i rischi. Ebbene le reti di impresa, si professionisti, vanno in questa direzione e secondo la ricerca di Unicredit creano diversi benefici per le aziende associate.

Poiché uno dei problemi è la dimensione media delle aziende italiane rispetto a quelle internazionali la rete di impresa permette di creare aggregazioni che hanno una buona massa critica e permettono una efficienza di scala infatti cita il rapporto…” Al di là di fusioni e acquisizioni, negli ultimi anni si sono sviluppate forme differenti di collaborazione tra imprese, che spesso sono sfociate in un Contratto di Rete, uno strumento relativamente recente, che dà alle imprese la possibilità di offrire al mercato una produzione integrata o di coordinarsi su alcune fasi dell’organizzazione. Abbiamo citato l’effetto (negativo) di una gestione troppo familiare sulla crescita dimensionale. In questo senso, il Contratto di Rete potrebbe fornire una soluzione efficace, in quanto permetterebbe alle imprese di tipo familiare di mettere a fattor comune idee e risorse, per acquisire competenze manageriali altrimenti non accessibili.”

Segnalo a tale riguardo una recente rete che ho creato con altri manager per promuovere l’innovazione e la produttività nel tessuto delle PMI Piemontesi. www.netmanagers.it

Personalmente credo che la cultura digitale debba anche essere messa al primo posto dagli imprenditori che non solo devono investire, come a volte fanno, ma devono utilizzare gli investimenti fatti per cambiare il modo di gestire le proprio imprese, il modo di lavorare delle proprie persone ed il modo di controllare il proprio business.

E’ poco il lavoro da casa, poca la formazione, inutile il controllo con la timbratura dei cartellini, inutili la mole di carta e gli archivi cartacei, inutili gli investimenti ICT in sistemi super accessoriati che poi non sono utilizzati dalle persone perché l’organizzazione ed il personale remano contro la flessibilità delle persone e non sanno fare emergere le idee. La strada da fare nella testa delle persone che hanno posizioni decisionali, e che anche secondo il rapporto sono di età più alta della media degli altri paesi, è sicuramente incompatibile con le esigenze di cambiamento urgenti che ci pressano oggi. Ma a questo non vedo soluzioniTriste.

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